La Luna di Vasilika

Testimonianze dei volontari

Elena, 28 anni

“Quando S. ha aperto la sua tenda per farci entrare e iniziare la visita, i suoi occhi ridevano e brillavano di felicità. Ha due occhioni grandi e azzurri come sua figlia, la piccola Z. di 9 mesi.
So che non avremmo dovuto accettare quella splendida colazione offerta, ma come facevamo a dire di no capendo che lei si era preparata dal giorno precedente, per ringraziarci, per tenersi impegnata, perché ama cucinare e voleva dimostrarcelo.
S. è originaria di Afrin, in Siria, e si era trasferita da anni in Turchia con la famiglia: era benestante, aveva una casa grande con tanti alberi (ci raccontava), suo marito faceva il sarto e lei gestiva un ristorante. Poi il governo turco iniziò a perseguitarli, la casa venne bombardata, persero tutto.
E così da 4 mesi S. si trova al campo di Diavata, in una tenda dell’UNHCR, in inverno, con l’elettricità intermittente. Come se non bastasse la notte di Capodanno la piccola Z. si è rovesciata addosso una pentola di acqua bollente; l’unica fortuna è che si sono ustionati solamente i piedi.
Quando ci ha raccontato l’accaduto S. era ancora sotto shock e non voleva guardare i piedi di Z. sbendati: il giorno della prima medicazione era agitata, confusa, le scoppiava la testa.
Ma quella mattina era radiosa, fiduciosa, non la si vedeva sorridere così da un po’. Era andata appositamente al market siriano di Salonicco a comprare lo za’atar, il pane e la menta. Loro che non avevano più niente stavano condividendo quel poco che avevano con me, che penso di avere anche troppo.
Credo che uno dei modi più belli di ringraziare una persona, di conoscerla e creare un legame, sia attorno a un pasto o una bevanda.
Manterrò tra i miei ricordi più preziosi questo scambio, una relazione di affetto e ospitalità.
Queste persone sono bellissime, da conoscere e soprattutto accogliere.
“Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità….” (Il Piccolo Principe).”

Alessia, 24 anni

“Di ogni viaggio o esperienza che fai, cerca di portarti a casa un nome.”

Ho avuto la fortuna nei miei giorni come volontaria di incontrare molte persone e di poter avere un rapporto più speciale in alcuni casi, perché da operatore sanitario era più immediato instaurare un rapporto di fiducia, le persone mi accoglievano nei loro alloggi e cercavamo di comprenderci reciprocamente.

Ho avuto anche la fortuna che ci fosse Lei, una giovane rifugiata che conosce molte lingue ad aiutarmi. Siamo diventate presto una bella squadra nel campo e amiche al di là del mio “servizio di assistenza”. Era bello chiacchierare come si conoscessimo da tempo, entrambe 22 anni, problemi di relazioni, cassetti pieni di sogni grandi come il mondo. Il sabato mattina siamo uscite a visitare la città, mi ha fatto vedere i suoi posti preferiti, le Chiese per lei più belle e il mare. Era assurdo pensare che per tutte queste cose che ci hanno unito in cosi pochi giorni avessimo un passato agli antipodi. E non smettevo mai di sentirmi arrabbiata per il fatto che io dopo pochi giorni sarei tornata alla mia vita e quel pezzo di mare che ci separava lo avrei potuto sorvolare tutte le volte che volevo. I miei amici e la mia famiglia mi avrebbero aspettato, i suoi li ha dovuti in gran parte lasciare.

“Nella vita stai camminando, puoi scegliere di seguire una luce in lontananza o di portare tu la tua lanterna; nel primo caso avrai la strada illuminata, nel secondo caso non vedrai dove stai andando, ma riuscirai a illuminare quello che ti sta vicino” è un pensiero liberamente riportato da un discorso che ho fatto un giorno con Lei, questa ragazza curda che dopo aver vissuto in un campo ha ottenuto una casa a Salonicco; mentre stava imparando il greco, aiutava anche lei come volontaria dell’associazione. Ora studia e lavora; le piace scrivere e pubblica i suoi pensieri sui social.

Il mio penultimo giorno a Diavatà, io e Lei ci siamo fermate. Per un momento, ci siamo prese una pausa dal nostro giro tra i container e abbiamo accettato un invito per un caffè; di solito declinavamo gli inviti per mancanza di tempo, ma quel giorno avevamo bisogno di fermarci un po’. Era uno dei container nella zona più distante dal cancello, vicino alla recinzione. Ovviamente il caffè non poteva che essere accompagnato da biscotti, frutta, e molto altro, come tra vecchie amiche. Queste tre stupende donne – nonna, madre e figlia – mi avevano riempita di attenzioni, accogliendomi nel loro piccolo “giardino”, e chiacchieravano con Lei, che mi spiegava come si erano conosciute in una tappa del loro tragitto fino a Salonicco. Credo che per un momento tutte ci siamo dimenticate dov’eravamo, le differenze erano sparite, non sentivamo più il freddo, c’erano solo sorrisi sinceri e il calore di un caffè denso.

In questi mesi ho ripensato spesso a Salonicco e alle persone che ho incontrato a Diavatà, le loro storie, al mio non poter fare nulla di fronte a certi racconti.
In molti casi non ho fatto niente per loro, come volontari ci era chiesto di fare e pensare a cose che potessero ridare dignità a persone che sono considerate di serie B, dal pulire i bagni o il campo, al dare una medicina o un consiglio, ad organizzare attività con i bambini o i ragazzi più grandi.
Ogni cosa ha importanza, soprattutto l’essere lì, stare con loro, questo è il bello. Anche quando c’è la neve e gela tutto e la città impazzisce.

A Salonicco ho lasciato un pezzetto di cuore e spero un giorno di tornare per lasciarne un altro po’.
Quando sono arrivata a Salonicco, in aeroporto, mi erano sorti mille dubbi: cosa avevo fatto? Perché buttare le vacanze di Natale cosi? Sembrava un salto nel buio, sola, in un paese che non conoscevo con persone che non conoscevo. Ma quelle persone sono diventate il mio mondo, gli altri volontari una famiglia, anche se per pochi giorni. E ho scoperto che i salti nel buio possono fare male, ma ti permettono di vedere mille altri colori”.

Stefania, 49 anni

“ nonostante avessi già avuto qualche esperienza di volontariato con extracomunitari in Italia, nella mia città, sentivo il desiderio di fare un’esperienza di questo tipo e ora… ripartirei anche subito. anche se nel campo vengono garantiti cibo ed acqua, ci sono altre necessità che diventano importanti come ad esempio un semplice ventilatore che mitiga anche se poco il caldo insopportabile dentro gli hangar. Per quanto ho potuto ho contribuito con gioia all’acquisto di alcune cose ma, mi rattrista il fatto che tutto questo sia possibile unicamente grazie alle donazioni di privati. Dico questo perché mi sembra di sentire che la maggior parte della gente attorno a me sia contraria, insofferente o indifferente verso questo problema, leggo post sui social contro i migranti pubblicati da persone che conosco che mi fanno vergognare, e mi spiacerebbe se la missione dovesse finire un giorno per mancanza di fondi. Ma io tendo sempre a vedere il bicchiere mezzo pieno e, se quel poco che sono e siamo riusciti a fare noi volontari con i lavori e le attività svolte insieme ai migranti, ha contribuito a dare un po’ di sollievo, a tenere impegnato il tempo che non passa mai, a creare un po’ di bellezza con colori e piante davanti ai loro occhi, o semplicemente a strappare un sorriso e scambiare una una chiacchierata con i ragazzi del campo, per tutto questo e non solo, ne è valsa la pena…”


Giovanni, 24 anni

“la mia esperienza è stata davvero eccezionale e l’ho apprezzata moltissimo. È stata molto arricchente ed è sicuramente una attività che consiglierei a tutti coloro i quali abbiano il desiderio di conoscere direttamente questo tipo di realtà. Sicuramente aiuta a fare luce nel mare di nebbia generato dalle informazioni contrastanti e difficilmente reperibili relative al fenomeno migratorio in Europa.”

 


Elisa, 19 anni

“La cosa però che ho preferito sono stati i momenti in cui ho potuto scambiare qualche parola coi rifugiati. Nella maggior parte dei contatti con loro sono stati gentili e simpatici. Sono contenta soprattutto perché finalmente, invece della misteriosa e entità che qui in Occidente chiamiamo generalmente “rifugiati”, “immigrati” o “profughi”, ho visto delle PERSONE, umane come noi e come tutte altre persone del mondo, ognuna col suo carattere, i suoi interessi, le sue speranze e le sue paure.”


Maria Paola, 22 anni

“ Vorrei iniziare col dirvi che prima di partire non avrei mai potuto immaginare di sentirmi toccata così nel profondo da questa esperienza. Sono stata nel campo di Derveni, a Salonicco per dieci giorni, uno più intenso dell’altro. Non ho potuto fare altro che piangere per tutto il viaggio di ritorno; sarei voluta rimanere e continuare ad aiutare, a dare il contributo che potevo nel mio piccolo. Sono passati 5 giorni dal mio ritorno e ancora non riesco a tornare alla mia “normalità”, forse non sarà possibile. Si ritorna cambiati realmente e detto da una persona profondamente razionale, credo che significhi parecchio”.

 

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